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Comunione e condominio - uso della cosa comune - innovazione vietate - fattispecie. Distanze legali – Corte di Cassazione, Sez. 2, Sentenza n. 2317 del 13/08/1949

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Piantagioni di alberi - natura del suolo del vicino - irrilevanza. Distanze legali - scavi per utilizzazione di acque sotterranee - recisione di vene idriche - rimessione in pristino e risarcimento di danni - presupposti - cod.civ. Del 1865

Non un qualsiasi mutamento della cosa comune da parte di un condomino costituisce innovazione vietata dalla legge, ma soltanto quel mutamento che si risolve in un accrescimento di diritti o della utilità di uno dei condomini in pregiudizio degli altri partecipanti della comunione. Il condominio non può, ad esclusivo vantaggio di una sua proprietà, gravare la res communis di un peso o di una servitù senza consenso degli altri condomini (nella specie: piantagione di alberi a distanza minore di quella legale.). L'art, 599 cod.civ. 1865, corrispondente all'art.842 cod.civ. vig. Nell'imporre l'osservanza di determinate distanze del fondo del vicino nella piantagione di alberi, non distingueva la natura e la destinazione del suolo in prossimità del quale fossero stati piantati gli alberi, dovendosi quindi osservare le distanze predette sia che si trattasse di suolo destinato a costruzione o manufatto sia di suolo nudo. Sotto l'impero del cod.civ. del 1865 il proprietario del suolo, avendo anche la proprietà di tutto ciò che si trovava sopra o sotto la superficie, poteva praticare nel proprio suolo scavi (nella specie: un pozzo per utilizzazione di una falda acquifera alimentante una sorgente comune) al fine di ricavare ed utilizzare le acque sotterranee eventualmente esistenti. Il diritto illimitato del proprietario, di fare nel suo fondo tutto ciò che gli piacesse, trovava però un limite nelle situazioni precostituite a favore degli altri. Se pertanto, praticando scavi, avesse emunto acque già utilizzate da proprietari dei fondi circostanti, recise vene idriche che alimentavano sorgenti di fondi circostanti, doveva quel proprietario rimettere le cose in pristino stato e risarcire i danni sofferti da altri, ove avesse agito animo nocendi, senza utilità propria, oppure per utilità propria, ma con dolo o colpa. Presupposto della condanna al ripristino dello stato di cose era l'accertamento di un pregiudizio a carico dei fondi circostanti rispetto ai quali S'erano consolidate situazioni precostituite.

Corte di Cassazione, Sez. 2, Sentenza n. 2317 del 13/08/1949

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